Oggi voglio parlarvi di una malattia dilagante. Una malattia molto grave che produce effetti collaterali devastanti a carico del sistema nervoso, ma non di coloro che ne sono affetti, bensì di coloro che vengono a trovarsi ad un raggio di distanza tale da percepire uno dei più resistenti ed incrollabili stereotipi umani: il Bigotto. Di recente mi sono trovata costretta a condividere uno spazio limitato con questa tipologia di persona e, diversamente da quanto potessi pensare, nemmeno una "vaccinata" come la sottoscritta è riuscita a restare immune allo sguardo giudicante e giudicato (da dio e perciò rivolto al cielo), all'appa(o)recchio fisso in rec e alla puzza sotto al suo naso (da nessuno rilevabile) che aleggia negli spazi da questa agibili.
I sintomi sono iniziati quasi subito: insofferenza, fastidio, letargia mentale, misantropia. E il più terribile, ipocrisia. Senza accorgermene mi sono trovata a dover calibrare la voce per imbrigliare il feroce sarcasmo che contraddistingue la modalità del mio comunicare, a dover virare lo sguardo per non permettere ai miei occhi di gesticolare in modi inconsulti, a dover respirare con la bocca per non cibare i miei neuroni del fetore stantio emanato da codesta persona. Va da sè che quel pilota automatico che corrisponde all'ipocrisia si è arrogato il diritto di dirigere la mia mente verso le lande desolate della disfatta.
Il Bigotto di cui vado ciarlando è nella fattispecie una Bigotta. No, non una di quelle bambole tanto graziose che cucevano a mano le nostre nonne sulle loro sedie a dondolo, ma un essere di sesso femminile partorito in chissà quale (retro)terra australe, dove la cultura non manca ma resta subordinata ad una tradizione il cui rivolgimento è sintomo della modernità e che in questi luoghi resiste e persiste recitando come una nenia tediosa le fregnacce sul cattolicesimo, le scempiaggini sulla moralità e le fesserie sull'onore. L'essere in questione, in breve tempo, si è conquistato un ampio territorio costruendo il baluardo sulla rivendicazione di un rispetto che io, con la mia mancanza di valori, non avrei mai potuto esigere (e nemmeno lo avrei voluto, puntualizziamo). Così la piccola Santa ha prima avanzato pretese sul linguaggio utilizzato in sua presenza, poi è passata ai concetti e infine si è spinta oltre le sue possibilità, la condotta. Insomma, lo spazio da condividere cominciava ad assomigliare ad un lager nazista nel quale ciò che veniva messo al rogo era il mio pensiero. Avrei potuto permettere che questo accadesse? In realtà si. Chissenèmaifottuto della filosofia di derivazione dottrinale-moralista dell'ultimo stronzo venuto? Dopotutto ella restava barricata nella sua fortezza isolata dal mondo, mentre io pascolavo felice nei verdi prati del non-sense. Però insomma... Chiccazzo si credeva di essere? Forse il suo dio? Lui almeno ha avuto la creanza di morire. Seguiamo l'esempio fino in fondo, mi vien da dire.
Con fare socratico ho tentato di profilarle una nuova realtà, dalla quale però è presto fuggita rinchiudendosi nella sua cameretta, tra le braccia del suo Winnie the Pooh che campeggia sorridente nella carta da parati, sotto gli sguardi vigili delle fotografie di famiglia dal sapore necrofilo appese alle pareti, nelle consolatorie parole degli amici chierichetti sussurrate al telefono.
E' a quel punto che tutto mi è sembrato chiaro: non è possibile (re)agire di fronte al Bigotto, esso atrofizza prima il pensiero e poi la volontà perchè non interagisce con il primo e stupra la seconda, eiaculando infine sul terreno della comunicazione facendone una superficie sterile, bianca, lucida, sulla quale riflettere solo il proprio egocentrismo. Il Bigotto quindi ti avvilisce nel profondo, annienta ogni ragion d'essere lasciando un vuoto che solo la violenza potrà colmare. Ti porta inevitabilmente ad un recesso, prima mentale e poi forse anche fisico, fino a trasformarti in un primate e poi oltre, fino a tramutarti in un
Ciellino.
E allora si, stremato e sofferente ti aggrappi a quel dio che avevi sempre disconosciuto, pregandolo che quel supplizio finisca e che la morte arrivi a falciare la vita.
Sì, però la sua, echeccazzo!
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Marienbad
alle ore 00:25
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