sabato, 09 dicembre 2006
kinoglazLa storia dell'umanità e dei suoi eventi non ci ritornano intatti. Con il Novecento e l'avvento della fotografia, del cinema e della televisione, questa realtà è venuta a palesarsi in maniera più diretta, in quanto la riproducibilità tecnica ci ha privato di tutta una serie di modelli analitici che, seppur compromessi già in epoche precedenti, oggi sono stati del tutto sostituiti da "prodotti" storici subordinati al consumismo, destinati al propagandinaggio politico ed economico. Va da sè che la storia come la conosciamo coincide con la storia della sua ricezione.
Tale realtà è magnificamente convalidata da una serie di considerazioni proposte da W. Benjamin nel testo "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica", che vi invito caldamente a leggere e che qui non ribadirò pedissequamente.
Preso coscienza di questo punto essenziale è possibile fare un salto direttamente all'interno del cinema, in quanto talvolta il cinema, prendendo coscienza di sè stesso, è capace di trattare il suo aspetto travisato e travisante, il suo aspetto negativo e negativizzante per farsi opera d'arte.
Il film in questione è il geniale Lady in the Water dell'altrettanto geniale regista M.N.Shyamalan.

lady in the waterNonostante l’ultimo film di Shyamalan sia accostabile formalmente e tematicamente ai precedenti Signs e The Village, diversamente esso contiene e riflette su sé stesso il significato metaforico causando in questo modo non un’esplosione di senso che colpisce il suo spettatore, ma un’implosione di senso che va a colpire i suoi stessi personaggi. Sono i personaggi, infatti, che analizzano il film e si fanno veri e propri portavoce dei significati.
Il condominio di Lady in the Water viene quindi a rappresentare non più il luogo di una scelta di isolamento, ma il luogo di una costrizione di isolamento: i personaggi sono bloccati in una realtà circoscritta, una realtà dai confini invalicabili, dalla quale uscire solo mediante la risoluzione di un rebus che non porterà ad una libertà fisica (come accadeva nel film Il Cubo, che per certi versi affrontava la medesima tematica), ma ad una libertà morale e mentale. Per questi motivi non si avverte mai la presenza di un fuoricampo reale, che rimandi cioè al mondo tout court, ma solo di quello esistente entro i confini del condominio.
Appare ovvio che i mezzi che condurranno alla salvezza dovranno essere scovati all’interno di questo spazio e non ricercati e portati dall’esterno come accadeva in The Village. A questo punto scatta la metafora, la ricerca comincia e questo avviene proprio tra le pieghe della favola, una favola antica che rappresenta qualcosa di più ampio: la storia dell’uomo. Tale storia è compromessa dalla rimozione, dall’ignoranza, dall’equivoco, dalla previsione errata; compromissioni che si ritrovano appunto nei rapporti intrattenuti con il personaggio di Story (e il nome non poteva essere più rivelatorio). Essa infatti è rimossa, ignorata, confusa con qualcos’altro, messa a rischio da ipotesi sbagliate…
Story ha bisogno di un “tramite” per tornare ciò che era e non morire, qualcuno che sappia comprenderla e sia ispirato da lei, affinchè possa compiere quel passo verso la chiarezza di un tempo passato e di un tempo futuro. Story cerca il suo tramite nel luogo dove si incrociano il passato e la riflessione, una realtà alternativa sospesa nell’immaginario umano, pronta a donarsi all’uomo affinchè questo sia in grado di riprendere in mano le redini del mondo.
Insomma, Lady in the Water è a tutti gli effetti un film sull’umanità, un’umanità che ha perduto il contatto con la coscienza storica, con il passato e le sue radici, che si è distaccata dall’idea di salvaguardare il mondo in cui vive dimenticando di ascoltare la natura, che si è distaccata dal senso comunitario per dirigersi verso l’individualismo e l’alienazione.
I personaggi di Lady in the Water rappresentano gli stereotipi che si sono consolidati in base ad un certo rapporto con la storia (esattamente come i personaggi della fiaba descritti da Vladimir Propp): l’anziana che conosce la leggenda sulle “narf” ma parla una lingua che nessuno comprende, l’uomo che conosce la storia ma che a causa dell’emarginazione non la condivide con altri, il critico che ne ha una visione schematica e viziata dalla sua stessa presunzione (per altro vittima dei suo stessi errori…). E infine il protagonista, il quale dopo aver perso fiducia nella storia, perde il contatto con il suo scopo e il suo senso di comunità. Cleveland, proprio in relazione al suo specifico rapporto con l’umanità, vive un isolamento nell’isolamento: egli infatti vive in una dependance staccata dal palazzo dei condomini. In questo senso la scelta registica di Shyamalan appare molto azzeccata. I personaggi, all’inizio, vengono parzialmente o totalmente estromessi dal campo, proprio per delineare la loro coscienza storica. Coloro che non si vedono affatto sono quelli che hanno un rapporto con la storia quasi nullo, coloro che si vedono parzialmente sono invece quelli che mantengono un rapporto con essa o parti di essa. Lungo il film, l’acquisizione di un rapporto sempre più stretto con la storia ne intensifica la presenza visiva e di ruolo. Il contatto con Story, dunque, istituisce i personaggi e li lega l’un l’altro dando vita ad una vera e propria comunità (non a caso i personaggi scelti da Shyamalan rappresentano le diverse etnie).
La conoscenza e la comprensione della storia (e quindi di Story) non solo permette ai personaggi di legarsi, ma gli consente di accedere al proprio destino, gli dona la capacità di vedere con più lungimiranza il futuro: “ogni uomo crede di essere solo, ma tutti hanno uno scopo”.
Il regista, attraverso una nuova critica all’isolamento e un elogio alla comunità e alla coscienza storica, realizza una fiaba dalla potente morale contenutistica e formale. Egli, sin dall’inizio del film, con una voce fuoricampo ci dice che il tempo ci è nemico e che senza un forte legame comunitario (non solo orizzontale, ossia tra gli individui della stessa generazione, ma anche verticale, ossia tra gli individui delle diverse generazioni) è impossibile imparare dal passato, agire nel presente e comprendere il futuro. Una sequenza del film riporta chiaramente questo concetto, non solo verbalmente, ma visivamente… Story e Cleveland stanno parlando sotto la doccia e lui sta cominciando a conoscerla. Nel campo c’è lei rivoltastory verso l’uomo come il futuro e alle spalle di Cleveland c’è sempre lei, riflessa sulla parete della doccia, come il passato. La regia è in questo senso fondamentale affinchè il significato metaforico non si disperda e la banalità della trama abbia il sopravvento. Tutto è permeato dal misticismo in Lady in the Water, non si subisce mai la forzatura della metafora nella messinscena dei significanti, ma se ne percepiscono fortemente i significati, come se si trattasse di un cinema subliminale che comunica quasi invisibilmente grazie ad una regia che sceglie di economizzare sull’intensità degli eventi della fiaba stessa, e quindi delle sequenze drammatiche o comiche, caricando invece i momenti di comunione tra i personaggi. Questo modus operandi calibra il pathos in relazione all’ampliamento di quella rete di relazioni che vengono instaurate.
La risultante di queste scelte è uno slittamento dell’atmosfera del film che, come in altri precedenti lavori del regista, passa da uno statuto diegetico ad uno statuto extra-diegetico, generando dapprima disorientamento nel suo fruitore e in seguito una piacevole sensazione di completezza e liberazione.

fogli volantiIl messaggio di Shyamalan costruito nell'opera e con l'opera  trabocca e sfocia in una critica ben più ampia rivolta a quella ricezione storica che nasce e muore con i media. Ricezione che incrina irreparabilmente la realtà storica cancellando la tradizione, lasciando dietro di sè un ammasso di macerie che serviranno per ricostruire un'identità utile alla comunità e non usate in previsione di una vendibilità.
Interessante quanto bizzarro il fatto che sia proprio un regista con il suo prodotto vendibile a ricordarcelo... La riproducibilità tecnica ha quindi sì comportato un cataclisma nel mondo dell'interpretazione, ma è altrettanto vero che la sua potenza straordinaria, nelle giuste mani, può servire a munire i fruitori cinematografici (ossia gli esegeti del nuovo millennio) di utili e oneste (e al contempo artistiche) chiavi di lettura.
evacuato da:
Marienbad
alle ore
01:37
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Commenti
#1   09 Dicembre 2006 - 02:04
 
Un post leggero leggero dunque. Vabbeh dai, il film se lo merita, è davvero stupendo e l'interpretazione che ne dai è assolutamente perfetta.
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#2   09 Dicembre 2006 - 12:57
 
Si lo so, non è un pezzo leggerissimo, però ci tenevo molto a proporlo qui, in maniera anche più completa. Se noti infatti la recensione già postata su Filmup è stata corredata di considerazioni che contestualizzano meglio la recensione.
Comunque si tratta di un caso eccezionale.
Bau
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#3   09 Dicembre 2006 - 20:34
 
sì ma non ho capito più di tanto che ciazzècca vertov.
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#4   09 Dicembre 2006 - 21:46
 
Cosa che per altro ho lasciato appunto da intendere ai lettori, perchè altrimenti il post sarebbe risultato troppo prolisso. Il nesso è semplicissimo, se hai letto il post, se non lo hai colto devi essere un po' stupido...
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#5   10 Dicembre 2006 - 02:51
 
fottuta sintesi. di nessi se ne possono trovare un po' tra due film qualsiasi pescati a casaccio, quello che intendevo è che non riuscivo (riesco) a focalizzareil nesso, quello che richiede un titolo tutto per sè.
Ora ho riletto il tutto per benino, e questo benedetto nesso in un paio di occasioni mi è sfuggito proprio mentre con una mano gli tenevo le braccia dietro la schiena e con l'altra tentavo di ammanettarlo.

La conclusione a cui giungere e che mi lascia perplesso la trai esplicitamente: "non si avverte mai la presenza di un fuoricampo reale, che rimandi cioè al mondo tout court, ma solo di quello esistente entro i confini del condominio.".
Nella poetica di Vertov invece ho l'impressione che accada quasi l'opposto: in Lady in the water il mondo è tutto, appunto, nel condominio; nel cinema del sovietico invece l'urss (ossia il mondo tangibile del kinoglaz, che mai ne varca i confini) è sempre e - purtroppo - solo una parte, una parte di tutto il mondo a cui la filosofia del cineocchio richiama. L'immagine che hai postato all'inizio di questo post è esemplare: il simbolo del kinoglaz è il kinoglaz stesso, è l'occhio/obiettivo, che guarda; il mondo sta tutto nel fuoricampo.

e poi stupido è chi lo stupido fa.
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#6   10 Dicembre 2006 - 08:33
 
Ed è esattamente con questa tua risposta che dimostri di essere uno stupido.

Ho sempre trovato inutile e fuorviante accostare la natura materiale di un film con un altro, questo perchè:
il cinema, come l'arte in genere, non è assolutamente indipendente, ma vive di continue infiltrazioni di ordine storico,culturale, filosofico, tecnico, etc...Non ha quindi senso valutarne le dinamiche interne quando lo scopo è quello di proporre una relazione tra film diversi. Quello che è necessario invece, consiste nel considerare i contesti culturali nei quali essi si collocano e ritrovarne la struttura al loro interno e non il contrario. Infatti se prendiamo come parametro la teoria del cineocchio che constava, in Vertov, in una precisa ottica sulla realtà circostante e veniva formalizzata in una ricerca scevra da conoscenza sensibile, appunto meccanica del mondo (quindi viva più che mai nel fuoricampo a cui ogni inquadratura rimanda), per Shyamalan il discorso si inverte. Questo perchè l'ottica è mutata: il cineocchio non può più fare affidamento sulla presenza di un mondo che ha ormai perso il suo statuto di conoscibile. Siamo nel cinema della modernità, un cinema che ha perduto con l'umanità stessa la tradizione, i punti di fuga del suo prospetto e che quindi non può far altro che chiudersi dentro una scatola e lasciare che l'occhio della macchina da presa scruti sbattendo da una parete all'altra cercando una via d'uscita che in realtà non esiste nell'immagine ma solo nell'interpretazione di essa. Per questo motivo Shyamalan non ci mostra mai nulla al di fuori del condominio, ma ricerca appunto la perdita di coscienza rispetto alla realtà; si limita a farci avvertire da dove arriva questo nuovo modo di sentire facendoci evadere solo attraverso una porta che si apre nel passato e non nel futuro: il fondo della piscina, l'habitat di Story. Per questo tutto il film è giocato sull'intepretazione della presenza di Story...
La teoria vertoviana del kinoglaz lavora quindi alla stessa maniera, come sostiene Ghezzi, rappresenta l'unico neorealismo possibile. Ma è la realtà che è cambiata non il kinoglaz.
Per questo il titolo...
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#7   10 Dicembre 2006 - 14:19
 
sì ho capito, ma continua a sembrarmi uno di quei collegamenti che si possono fare un po' con miliardi di altri film. non che non sia comunque estremamente interessante ragionare in questo modo sul cinema, sia chiaro.
però penso al cinema di cronenberg e dico "cazzo quello sì che lavora come il kInoglaZ".
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#8   10 Dicembre 2006 - 14:36
 
Esattissimo, vedi che allora hai capito? Il cinema di Cronenberg in questo senso lavora alla stessa maniera di quello shyamalaniano. Non mi interessano gli altri collegamenti possibili, io mi riferivo proprio alla teoria di un "neo" kinoglaz.
Comunque è una buona discussione, mi è spiaciuto non averla affrontata direttamente nel post. Ma come ho detto, sarebbe stato troppo.
Ciao Sandro
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#9   06 Febbraio 2007 - 22:47
 
Bellissimo post, complimenti.E' la prima volta che passo su questo blog, e devo dire che ne è valsa la pena. Vado a letto sereno.
Ciao!
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#10   12 Febbraio 2007 - 14:37
 
Ti ringrazio. Spero di poter scrivere al più presto nuove e deliranti critiche sul cinema e non.
Ciao Marien
utente anonimo

#11   12 Febbraio 2007 - 17:14
 
E intanto a me la signora nel water me lo regala Filmap. Se tutto va bene tra un decennio sarà mio.
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#12   12 Febbraio 2007 - 21:32
 
io domani lo affitto e me lo doppio.
avrei potuto scaricarlo in 4-5 ore, ma quei deficienti che lo mettono in share tolgono i contenuti speciali.
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categoria: cineslurp
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