lunedì, 09 luglio 2007
LocandinaPuò il leader di un gruppo groove metal mettersi dietro la macchina da presa e girare uno dei migliori film degli ultimi anni?
Le statistiche direbbero di no, ma Rob Zombie (ex cantante dei White Zombie) ci dimostra come sia invece possibile vomitare artisticamente sulla celluloide anni di pasti indigesti a base di musica, cinema e televisione, realizzando quello che oggi conosciamo come The Devil's Rejects, ribattezzato subdolamente in Italia "La Casa del Diavolo"... Eh sì, perchè dovete sapere che una di quelle merdose statistiche a cui va in barba il buon Rob afferma che la parola "casa" nel titolo attiri più spettatori al cinema. In questo caso, naturalmente, ci auguriamo che questa dritta sia veritiera perchè il neo-regista si merita un copioso compenso per la sua ultima fatica cinematografica.

Ma chi sono questi reietti del diavolo? O meglio, chi è il diavolo, ossia l'incarnazione del marcio?
Il diavolo è - come di consueto nei film horror che si rispettino - la società. Quella società corrotta che crea i suoi mostri, li rifiuta, li emargina e li perseguita cercando di eliminarli. I reietti sono prodotti cresciuti nel terriccio mediatico inquinato di questo mondo e per sopravvivere si nutrono dell'unica luce non artificiale sprigionata ancora dalla natura: la grande Morte e la piccola morte, la luce del dolore e quella dell'orgasmo.
I reietti non si macchiano di terribili crimini, ma cercano di sopravvivere. E così violentano e uccidono, si nutrono della vita strappata alle loro vittime, senza sensi di colpa, come la natura vuole.
Il certosino lavoro di Zombie è proprio quello di presentarceli così, innocenti nelle loro gesta, tanto da mantenerli lontani dagli stereotipi del buono e del cattivo, tanto da lasciare che latitino negli ambigui scenari dei generi cinematografici, sia nel loro corpus sincronico fatto di thriller, horror, commedie, western e road-movie, sia nel loro corpus diacronico fatto di classici, crepuscolari e parodie.
Zombie giunge così lì dove tutto si intreccia e si confonde, dove tutto si dice e niente si rivela.
Captain SpauldingL'espressività del regista allora non si muove più costretta nella struttura canonica e iconica che il cinema ha costruito attorno al cinema, ma si appropria di quei territori esplorati fino ad ora solo dall'immaginazione. Qui egli porta tutte quelle immagini che il cinema, la musica e la televisione ci hanno propinato per anni, decontestualizzate, spogliate della loro fantasmagoria, per osservarle e usarle come armi contro i suoi fruitori, esattamente come i reietti fanno all'interno della camera del motel con il gruppo folk , esattamente come, poco dopo, Otis prende in giro il cantante del gruppo, Roy, per la sua ignoranza musicale chiamandolo "uomo di città travestito da cantante folk", esattamente come, ancora più tardi, il volto di uno dei componenti del gruppo verrà strappato via per farne una maschera...
Ma quelle stesse immagini sono sacre per Zombie, non se ne prende mai gioco. Quello di cui si beffa e la loro manipolazione a monte e ricezione a valle e il modo in cui queste due azioni influiscano sulle interazioni socio-culturali, come traspare chiaramente nel ridicolo litigio tra il critico cinematografico esperto sui fratelli Marx e lo sceriffo ossessionato da Elvis Presley. Ed è così che questo regista geniale infarcisce il suo film di icone esponendole nei modi più dissacranti come un novello Andy Warhol. Basti ricordare l'immagine sberluccicante di Gesù Cristo all'interno del bordello di Charlie, le fattezze mansoniane di Otis, la sfuriata esorcistica di Mother Firefly nella cella, il delirio allo specchio dello sceriffo in pieno stile Taxi Driver, la fuga senza triciclo tra i labirintici steccati di Baby Firefly inseguita da un sarcastico pazzoide con l'accetta, e il fratello di Otis e Baby (o di Freddy Krueger?) che entra ed esce di scena come negli incubi... Una menzione particolare per Danny Trejo che, volente o nolente, è entrato a far parte del circuito iconografico del cinema splatter e che, in questo caso, cita quel personaggio riciclato in diversi film (Dal Tramonto all'Alba, C'era una Volta in Messico, Spy Kids, Desperado... E perfino Desperate Housewives!).

FratelliMa The Devil's Rejects non è solo una lunga e cool esposizione di miti mediatici, è soprattutto un film solido e coerente che non perde mai di vista la sua mèta. L'opera, cosciente del suo essere un assemblage metamorfico, non si racconta attraverso il posizionamento fisso di personaggi, luoghi e situazioni, ma si svolge come una partita di scacchi nella quale i bianchi e i neri sono solo colori (sono lontani i tempi di Johnny Guitar...) e la vittoria la si può ottenere solo muovendo le pedine con strategia. Il montaggio ne è una prova: le scene si alternano tra attacchi, arrocchi e sacrifici, fino alla fine dei giochi, quella splendida sequenza conclusiva.

Ancora citazione, ancora parodia, ancora esposizione pop della merce, tutto alla massima potenza. Zombie pensa e realizza l'epilogo del film come un regista navigato e quello che vediamo sullo schermo strabilia, eccita e commuove.

Il finaleParte la musica. Free Bird dei Lynyrd Skynyrd è perfetta, sia per il ritmo, sia per il senso, sia per l'evocazione di una straordinaria band deceduta in volo.
Questi free birds a bordo della loro auto proseguono il viaggio lungo la statale. Il montaggio è scandito sulle note morbide della canzone: gesti lenti, immagini di una vita da sogno americano, scene di liberazione patinata che non a caso sono le stesse di un video musicale, quello di Scar Tissue dei Red Hot Chili Peppers. Un portrait idilliaco possibile solo sulla celluloide. Ma ecco che i nostri eroi/antieroi si scontrano con il posto di blocco. Comincia qui il mitico assolo del pezzo. I protagonisti si svegliano dal meraviglioso sogno, prendono in pugno le armi e si scagliano a tutta velocità verso i poliziotti sparando all'impazzata.
E' un bagno di sangue, ma non un suicidio alla Thelma & Louise, poichè mentre la morte delle due eroine segnava la loro libertà, qui la libertà è quella di non arrendersi alla volontà del cinema che non vede alternative possibili all'happy end o al finale tragico. Chi sarà sconfitto? Chi vincerà? Impossibile dirlo.
Rob Zombie chiude la partita con uno splendido stallo.
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Marienbad
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domenica, 03 giugno 2007
LocandinaIl film, vero e proprio paradigma di coerenza, sin dal principio imprigiona l'occhio nella rete compatta di soluzioni narrative e stilistiche, rendendo in qualche modo inerte il movimento dell'immaginazione. Nulla nella trama sconvolge, perchè tutto nella trama è magnificamente anticipato dalla messa in scena: la parola è sempre in ritardo sull'immagine. Uno scarto che dona al visuale il potere di introdurre e sedurre e all'orale l'incarico di compensare e ironizzare.
Jack Sparrow prestigioso avventuriero? No. Vile bucaniere che dall'alto dell'albero della sua imbarcazione, con un salto, atterra sulla misera bagnarola che governa e che cerca di sgombrare dall'acqua imbarcata, il tutto mostrato attraverso l'uso di uno splendido montaggio che vede la prima inquadratura della scena, imperiosamente ripresa dal basso, accostata a quella seguente umilmente ripresa dall'alto, dove il protagonista assume relativamente ora la posa eretta e maestosa, ora quella curva e servile.
Verbinski si appoggia ad una robusta iconografia piratesca sfruttando i vari BarrieStevenson e Salgari, ma conferisce al suo pirata l'atteggiamento tipico dell'uomo moderno che attraverso il suo possedere le cose e le persone definisce la sua autorità. Lo scopo è dunque quello sistematico della conquista del veliero La Perla Nera, l'imbarcazione più veloce dei sette mari, conforme alla dimostrazione di un prestigio anche quando immeritato. Il prestigio è quello che condivide con il possesso la pura esibizione, ed è quindi quello anelato da chi vive un'esistenza estetica, fatta di apparenze e ostentazioni. Lo sono certo i fronzoli del look di Capitan Sparrow, tanto affezionato al suo cappello e al suo make-up, ma anche ad averi meno materiali, come la sua ciurma e la mole di prodezze che concorrono alla sua nomea. Verbinski, fedele alla linea, ostenta campi lunghi e larghi, assorbe nell'inquadratura le imponenti costruzioni e le doma come mostri giganti, siano essi galeoni sul mare, siano esse roccaforti sulla terraferma. Ma egli ci tenta anche con i piccoli piaceri, valorizzandoli con un uso del colore attraente. Basta pensare alla grossa e succosa mela verde venerata da Capitan Barbossa, o ancora all'oro scintillante dei dobloni maledetti, tutti valorizzati da dettagliati primi piani e radiose illuminazioni atti ad attribuirgli il valore di oggetti del desiderio.
SparrowI significati enfatizzati sono quindi quelli referenziali, quelli espressi dalla materialità delle cose, e il senso finisce per coincidere con la sensualità poichè non si sposta mai dalla superficie delle forme. Per questo motivo grande importanza è attribuita al micromontaggio e al montaggio giocato sull'esposizione più che sulla narrazione, poichè quest'ultima ha davvero bisogno di poche indicazioni verbali data la potente eloquenza delle immagini. Il ritmo è quello dettato dal vedere, dal desiderare e dall'ottenere e la storia non può far altro che emanare la sua semplicità, la sua natura di vetrina delle merci dove il protagonista indiscusso è colui che saccheggia.
Eppure, come Kierkegaard, Verbinski ci svela qualcosa dell'estetico Sparrow. Egli, teso solo al soddisfacimento dei propri desideri, trascura quei valori morali che gli permetterebbero di accedere alla sua coscienza, che gli permetterebbero di operare delle scelte nella vita, e così facendo è destinato alla vana ricerca di qualcosa che non sa, nei luoghi più sbagliati. Questo aspetto del protagonista è trattato in maniera delicata dal regista proprio perchè l'occhio della macchina da presa resta, come abbiamo detto, in superficie. Non si scade mai in quello psicologismo che danneggerebbe l'alchimia tra l'apparire delle cose e l'apparire delle persone, l'equilibrio è mantenuto attraverso il distacco per meglio orchestrare l'attenzione dello spettatore ai vari elementi del film. Ed è in questo preciso punto che il lavoro di Verbinski si dimostra geniale: lo spettatore, finendo per identificarsi con Jack Sparrow, assume un'atteggiamento percettivo di tipo estetico rispetto agli elementi del film, provando piacere per gli aspetti ludici del visibile.
Insomma, Verbinski crea un universo straordinario e grazie alla sua sapiente regia, lo restituisce al pubblico esattamente come lo vede e lo sente Jack Sparrow.

- Introduzione
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Marienbad
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sabato, 02 giugno 2007
Eat Me Drink MeNelson Mandela Forum, Firenze, 29 Maggio 2007. In tale loculo e in tale recentissima data io e la mia consorte abbiamo assistito al concerto del fu Reverendo Mariolino Manson, icona del glam-industrial (termine musicale coniato alla cazzo di cane or ora) e simbolo ad honorem di una qual certa cultura musicale trasgressiva quanto effettistica, (im)perversa(nte) in tutto il great big white world a cavallo degli anni'90. Non starò a narrare le remote gesta di Brian Hugh Warner, ormai consolidate, almeno a grandi linee, nell'immaginario collettivo di chiunque abbia superato la ventina. Vi basti sapere che la sua figura è stata piuttosto influente nel background musicale della mia tardo-adolescenza, perciò mi sono sentito in dovere di imporre la mia presenza a questo live, anche in virtù del fatto che il Forum si trova a poco più di 500 mt dalla mia casa universitaria. Rigide premesse ad una scelta che oserei definire quasi obbligata, sebbene, è giusto chiarirlo da subito, non mi si possa annoverare tra i fans accaniti del tetro faccione.

Prima di esporre il resoconto dell'esperienza e i relativi giudizi è bene rievocare alcuni gustosi retroscena riguardanti il sottoscritto e la sua compagna. Alcune settimane fa, poco dopo aver comprato i biglietti per il concerto, mi sono domandato se, in pieno spirito "adolescente troppo cresciuto ma che ancora non se n'è accorto", non sarebbe stato il caso di agghindarsi in tema con l'evento. La risposta è stata, ovviamente, affermativa.
Il primo scopo da perseguire consisteva nell'ottenere lentine ad hoc: il web, portatore insano di qualsiasi mirabolante minchiata l'uomo possa pensare, è accorso in nostro aiuto ed abbiamo optato per il colore red-hot. Preferisco non intrattenervi con le sevizie che i miei bulbi oculari hanno dovuto sopportare una volta che il prodotto è giunto nelle mie manine pacioccose...
Il passo successivo riguardava l'abbigliamento: Marien ha incontrato pochi problemi, visto il suo vestiario casual talvolta punkabbestia con strascichi di jappo collegiale, ma io mi trovavo in crisi mistica, essendo oramai più proteso al fighetto pseudo-fashion che non al darkettone anti-clericale cugino di Bobby Beausoleil. Un rinomato negozietto situato nel centro di Firenze ha salvato la situazione, reinventando il mio vestiario con una giovialissima maglietta che utilizzerò soltanto un'altra volta, nel momento in cui varcherò i confini dell'Ade.
L'ultima cosa da sistemare era il trucco, ma non c'è niente che una buona dose di cerone accompagnata a matita, ombretto e smalto nero pece non possa fare.
Pronti? No. Decadentissimi. E allora via...

Manson Live 1Abbigliati come due demoni in pausa pranzo dall'Inferno ci siamo appropinquati in compagnia delle amicizie fiorentine a quello che già in molti simpaticamente chiamavano il Manson Mandela Forum. Dopo qualche sorso di birra e una sigaretta ci siamo decisi a varcare i cancelli, curiosi e tenebrosi.
La fauna non era delle peggiori, al punto che la nostra coppia gareggiava per il titolo di "figure maggiormente inquietanti seppur figose in modo assurdo". Certo, non mancavano i dark-inside, le creste fluenti, gli sverniciati, i Made in Tonaca, gli psycho-killers e nemmeno le mamme e i babbi che portavano le giovin figliuole ad assistere allo spettacolo di quell'assatanato con evidenti problemi di melanina, ma il tutto non era particolarmente trasgressivo e in buona sostanza rientrava nei ranghi del "malsano accettabile".
Una cosa che però saltava subito all'occhio era il bassissimo numero di spettatori presenti, poche migliaia a mezz'ora dall'inizio del concerto. Nessuna folla in assetto guerrigliero sotto il palco, pochi fotografi, snob nei confronti del gruppo spalla (ma questo deprecabile vizio è piuttosto un luogo comune nella maggior parte dei casi). A quel punto pochi dubbi: il Reverendo non richiama più immense schiere di dannati come ai concerti a cui mio malgrado non ho assistito. L'icona si è velocemente dissolta nel rapido susseguirsi delle mode. I seguaci di un tempo adesso se ne vanno in giro in doppio petto, rinnegando il loro passato. I giovani hanno altri idoli e nuovi cool-anticristi da erigere nelle loro alcove casalinghe. Pur essendo sempre stato interessato soltanto al lato musicale di Manson, questo scivolone nella media mi aveva messo addosso una nostalgia terribile, che ho presto rigettato in fondo all'animo attendendo il vero fulcro del mio interesse, ovvero l'esibizione live. Girovagando per il palazzetto, mentre l'attesa stava ormai volgendo al termine, in molti ci hanno chiesto una foto. Mi sono sentito un'attrazione della serata, sebbene sapessi che tale star-system istantaneo fosse generato unicamente dalla curiosità nei riguardi delle nostre lentine colorate, non così comuni come ci aspettavamo. Sapere che il giorno a seguire alcuni giovincelli sbarbati (e alcune bizzare tedesche...) avrebbero mostrato le loro foto in nostra compagnia agli amici con fiera spavalderia mi aveva per un attimo fatto sentire una celebrità. Sfigata, si, ma pur sempre una celebrità. Cosa ne avrebbe pensato Mariolino di questo mio tentativo di sfruttare la sua sintassi estetica per figoseggiare nell'ambiente dark? Non lo saprò mai. Passo quindi a narrarvi del concerto (in tempo presente, of course).

Manson Live 2Sono le 21 e poco più. Da qualche minuto davanti al palco è calato uno scuro tendone di vaste dimensioni con sopra riportate le iniziali del cantante, che poi sono le stesse di quel noto rappettone bianco platinato, che poi sono le stesse di quelle gustose caramelle al cioccolato portatrici di infamissime carie. La differenza, però, sta nel cupo rosso-su-nero che le ritrae e nella satanica forma della lettera "M", che nemmeno tanto velatamente riporta alla memoria la sagoma di una croce. Ci piace, accordato.
Il tendone lentamente viene riavvolto, le luci calano, partono le prime grida dal pubblico e una notevole massa di fumo si alza dal palco. Si può notare da subito che le coreografie sono scarne, limitate, ma il palazzetto non permette molto di più. Ci accontentiamo. Pochi attimi e iniziano a intravedersi le sagome dei musicisti e infine lui, Mariolino. Gli spettatori partono in quarta, emettendo ruggiti cavernicoli e urla stimpananti. Oh, finalmente del vero calore! Sulle note di If I Was You Vampire, canzone estratta dal recentissimo album Eat Me Drink Me, il bianco Brian si trasforma da ombra indistinta a prode squarcia-gola: "if I was your vampire, slim as the moon, instead of killing time, we'd love each other till the sun...". Non avevo ancora sentito il nuovo lavoro, sapevo soltanto che era il frutto di un lungo periodo di depressione non ancora conclusosi. Difatti questa canzone mette addosso un'infinite sadness non indifferente. La voce di Manson non è pessima come mi aspettavo, ma in compenso risuona laconica, grave, inquieta. Il suo corpo si agita, ma non appare più smanioso di esorcismi, anzi, sembra più bisognoso di sfogare una frustrazione fisica ed emotiva che si fa via via più opprimente.
Nel frattempo Marienbad, data la sua ridotta statura, mostra ai miei fiammeggianti occhi un viso deluso dalla limitata visibilità. Decido allora di issarla sulle mie spalle. Questa scelta, deleteria per il mio già malridotto fisico, sarà purtroppo una costante di gran parte dello spettacolo, con un risultato godereccio per lei, un pò meno per me.
Dead MansonCon la seconda song si passa al repertorio classico: è una Disposable Teens ruspante, anche se si continua a intravedere una certa stanchezza nell'esibizione di Mariolino, pur essendo soltanto agli inizi. Qualcosa non quadra e il puzzo di delusione inizierà a farsi più pungente durante la scaletta successiva. Molti brani tratti dal novello LP alternati a buon vecchi cult come Sweet Dreams e la sempre adrenalinica Rock Is Dead. Niente bibbie strappate. Nessun atto coprofilo. Pochi sputazzi verso il pubblico, benchè molte signorine s-vengano letteralmente per la gioia di cotal pioggia. Qualche bottiglia d'acqua praticamente piena gettata in mezzo alla folla con seri rischi traumatologici. Qualcuno narra di una bombola d'ossigeno avidamente ciucciata dal Nostro nel concludersi di ogni canzone. Non si respira Satana, non si osservano provocazioni degne di nota. Si assiste piuttosto ad un triste canto del cigno, enfatizzato dalle definitive assenze di un bassista poderoso come Twiggy Ramirez e degli altri componenti storici del gruppo. La nuova band è statica, quasi ad accompagnare il lamentoso strisciare sul palco del loro leader. Assorbo nostalgia per l'Anticristo che fu. Mariolino non è più un demone dello show-business, ma un triste e appassito essere umano. Canta (nemmeno tanto male) più per dovere che per desiderio d'evacuazione come invece faceva in passato. Questo suo nuovo lato non dovrebbe essere ritenuto disprezzabile a priori: nessun rocker resiste per sempre, tranne forse il neo-piratesco Keith Richards... Ma devo essere sincero, ho comprato i biglietti aspettandomi gioie luciferine e non disincanti da jet-set. La conseguenza, mentre una ridicola pioggia di pasticconi fa da sfondo a The Dope Show, è una netta delusione, sebbene il live sia tutto fuorchè inascoltabile.
The Beautiful People viene seguita da una breve pausa. Ci si aspetta almeno un bis degno di nota, una Antichrist Superstar, una Coma White, una Get Your Gunn, e invece ci viene dato il commiato con una singolo brano, la malinconica The Nobodies, cantata da sopra una gigantesca sedia al centro del palco.
Fine.
Poco più di un'ora è stata la durata del concerto. Qualche spettatore inizia ad andarsene deluso, qualcun'altro invece, probabilmente spinto dalla quasi-verginità in fatto di concerti, si lancia in prime entusiastiche considerazioni. Io mi dileguo un pò avvilito, un pò indiffirente. Mariolino mi ha sempre ispirato simpatia, con quel faccione ghignante e con le sue liriche blasfeme. Spero per lui in tempi migliori, ma da parte mia dubito che assisterò un'altra volta ad un suo live.
Porto un'entusiasta Marienbad a casa (non per altro è una delle quasi-vergini in fatto di concerti...), ma non prima di essermi tracannato una birra al pub, giusto per sfoggiare in un ambiente meno consono il mio diabolico travestimento.
Altro giro, altra corsa. Alla prossima.
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abysso
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venerdì, 01 giugno 2007
Jack SparrowUna trilogia può rivelarsi la maniera più interessante per indagare i territori del cinema, poichè nel cinema lo spazio e il tempo non posseggono la dimensione del reale ma si costruiscono sulle assenze, sui lembi inaccessibili che tengono legati momenti e superfici, quindi sui vuoti che un sequel può tornare a perlustrare, a modificare, a riscrivere, allargando l'universo di una storia reindirizzando lo sguardo, portandolo più in profondità, ridisegnando i confini del vedere e quindi del sentire. Se una trilogia non nasce come tale, il cammino verso la formalizzazione di un universo tripartito può rivelarsi davvero avventuroso, ricco di isidie, ma può al contempo portare alla realizzazione non di una serie di film posizionati l'uno accanto all'altro ma di un contenitore tridimensionale che racchiude in sé il cinema stesso.
E' questo il caso della trilogia del dinamico Verbinski: I Pirati dei Caraibi.

Il primo capitolo della serie nasce come un film unico, un film di genere chiuso nei suoi canoni formali, fatto quindi di personaggi e luoghi fortemente stereotipati, di previsioni dettate dall'immaginario consolidato del genere, di ritmi scanditi sul procedere della narrazione. La Maledizione della Prima Luna si apre e si chiude sul suo racconto, segue un itinerario la cui meta è determinata da una bussola che punta precisa verso il desiderio di un personaggio, Jack Sparrow, che non ha altri desideri perchè non possiede la complessità dell'uomo ma solo l'elementarità della sagoma filmica. E' naturale che la sua personalissima bussola si trovi a setacciare un mondo, ossia l'estensione dell'occhio e della mente del suo abitante, su di un unico piano, lungo un raggio d'azione ridotto.
Bussola Il secondo capitolo, La Maledizione del Forziere Fantasma, apporta un cambiamento fondamentale alle funzioni che dominano la fruizione. Jack Sparrow viene munito di una personalità più articolata e relativamente ad essa vengono a decadere tutte le regole che valevano nel primo film: i personaggi assumono atteggiamenti meno impersonali, i luoghi non rappresentano più gli sfondi sui quali si svolgono le vicende ma si caricano di valenze metaforiche, le situazioni smettono di essere prevedibili in senso narrativo ma guadagnano una prevedibilità di tipo stilistico (il film si ritaglia un posto nell'immaginario cinematografico e comunica mediante quello), infine il ritmo viene adesso modulato per mezzo dell'invenzione visiva, del supplemento straordinario, talvolta della citazione. Non è un caso che la bussola di Sparrow cominci a fare capricci, la mente ora giunge oltre il visibile e l'occhio desidera vedere quell'oltre e più lo desidera più si spinge in territori che prima restavano inaccessibili come ad esempio il fondale marino. Lì dove l'occhio arriva (la conoscenza) la mente lo supera (l'immaginazione) ed un nuovo piano spazio-temporale si aggiunge al primo, alterando la direzione della bussola.
Non è nuovamente un caso che il terzo episodio della saga sia stato intitolato Ai Confini del Mondo. Il mondo possibile e impossibile è stato esplorato, ora è necessario spingersi oltre i suoi confini, oltre la vita. Il personaggio di Sparrow raggiunge la tridimensionalità e con esso il mondo collassa e scopre il suo aldilà, il visibile raggiunge l'immaginabile in un modo che solo il cinema può permettere. Il nuovo piano complica maggiormente il lavoro della bussola che ormai non serve più.

Come un novello Kierkegaard, Verbinski riconduce le diverse possibilità dell'esistenza di Jack Sparrow a tre stadi: lo stadio estetico (il pirata del primo film), lo stadio etico (il pirata del secondo film) e lo stadio religioso (il pirata dell'ultimo film), e attraverso questi delinea un universo che si evolve a misura di un uomo che ha la possibilità di viaggiare nel tempo e nello spazio in totale libertà perchè è un figlio del cinema.

- La Maledizione della Prima Luna
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Marienbad
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martedì, 26 dicembre 2006
Babbo SamCi siamo. Sono arrivate puntualissime le agognate vacanze natalizie. Ma agognate per chi? Forse per coloro che lavorano e che attendono codesto periodo per potersi godere un po' di riposo. O forse per quelli smaniosi di sperperare le proprie finanze affinchè qualcuno si ricordi di loro. Ma non per noi. Noi che all'approssimarsi dei fatidici giorni di festa ci sentiamo come stretti in una morsa, noi che rischiamo un embolo quando l'atmosfera natalizia grava sull'aere, noi che tutto l'anno ci impegniamo a evitare i parenti, timorosi che questi esigano un resoconto dettagliato della nostra vita, o peggio, che ci forniscano il loro.
Annoiarsi più del solito in questo periodo dell'anno è un po' un must per noi atarassici, questo perchè ci sentiamo costretti da un fenomeno cultural-consumistico ad organizzare le nostre giornate in previsione delle esigenze di chi il Natale lo ama davvero. Fare i regali quando preferiremmo andare in coma tra i cuscini del divano, fare gli auguri quando preferiremmmo consumarci la lingua a suon di battute acide verso ogni cosa o persona che manifesti euforia natalizia, mangiare quando il cardias ha chiuso i battenti, ridere quando gli occhi vorrebbero sudare per ciò che sono costretti a guardare costantemente, tra cui luci accecanti, colori sgargianti e forme aberranti.
Certo ci sono i regali, quelli ricevuti intendo, ma quando mai corrispondono effettivamente a quello che avremmo desiderato? La maggior parte di questi spesso si rivelano inutili o addirittura irritanti. Ci sarebbe anche un'altra faccia della festività, quella ecclesiale. Ma per quanto questa possa bastare a soddisfare un credente (verità per altro discutibile), non servirà mai a produrre una quantità psicofisicamente utile di endorfina in un non credente.
Che fare dunque? L'opzione suicidio resta sempre la più considerata, ma non è ancora stata annoverata tra le soluzioni, semmai rappresenta il simbolo di una sconfitta. C'è l'opzione omicidio di massa, ma questo comporterebbe un aumento delle problematiche da dover affrontare e in questo periodo è ciò che di meno vorremmo. Drogarsi e/o ubriacarsi si rivelano le scelte più indicate, ma rappresentano anche quelle soluzioni che definirei "a breve termine", infatti la fase down, causata dai narcotici (quindi fisica) mischiata a quella di natura psicologica, peggiora ulteriormente la condizione del soggetto anti-natalizio al punto da renderlo, una volta raggiunta nuovamente la sobrietà, totalmente intollerante a ciò che lo circonda.
In realtà una soluzione vera e propria non esiste, ma esiste un atteggiamento-scudo utile a ripararsi dalle manifestazioni alienanti del natale. L'atteggiamento in questione consiste nell'impegnarsi a ricondurre ogni componente festiva al suo status, inserendola in una disquisizione che da altri verrebbe definita cinica. Insomma, se si finisse a parlare di alberi di natale, si potrebbe virare il discorso sul disboscamento; se si parlasse di Babbo Natale si potrebbe finire a discorrere tranquillamente di pedofilia; pensate come diverrebbe interessante una conversazione sulle palle natalizie... In poco tempo diventeremmo così fastidiosi che nessuno si avvicinerebbe più con l'intenzione di propinarci quel buonismo natalizio che tanto ci disgusta...
La consultazione dunque è d'obbligo per chiunque desideri non solo fugare le ciance relative al natale (Google come di consueto potrà rivelarsi utilissimo), ma anche appesantire il nostro bagaglio culturale da usare non per vanto ma per sevizia.
Buone feste.
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Marienbad
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sabato, 09 dicembre 2006
Dr HouseMi piace il Dr.House.
Sia ben chiaro, io non ho ancora cambiato sponda e la serie non è niente di eccezionale: è ripetitiva all'inverosimile e la fauna di personaggi non è ben assortita e ricca di alchimie come quella di Scrubs, o di Lost, tanto per esternarsi dall'ambiente medico... Però ha il pregio di reggersi quasi totalmente sulla fantastica figura del protagonista. Bastardo, egocentrico, sfacciato, misantropo, amorale, cinico al limite della perversione, insomma, fottutamente cul.
Diciamocelo, chi non vorrebbe vestire i panni del Dr.House? Ok, è un drogato zoppo, ma ha uno stile inimitabile. Quando in età adolescenziale la mamma mi beccava allo specchio mentre mi strizzavo i brufoli, avrei voluto possedere la battuta pronta per poter dire anch'io: "adoro il profumo di pus al mattino...profuma di...vittoria!" Non avrebbe colto sicuramente il riferimento ad Apocalypse Now, ma sarebbe rimasta muta e sconvolta da cotale verve invece di breakkare i miei gioielli con le solite lamentele.
Un'altra dote? La risposta giusta. E' vero, praticamente il 70% dei serial televisivi ha il classico personaggio che ha sempre ragione, o che comunque domina il branco convincendolo della propria supremazia intellettuale. Ah si, lo chiamano "leader"... Nessuno riesce però ad essere convincente come il Dr.House. Quasi ci scordiamo che qualcuno gli ha scritto una sceneggiatura su misura per farlo apparire così figo quando a 5 minuti dalla fine della puntata scopre il male, lo estirpa e ride in faccia al suo team con fare diabolico e beffardo. Per superare gli esami universitari dovevo forsefumetto house imbottirmi di Vicodin? Azz, occasione mancata e tempo sprecato... Senza contare che sarei stato un drogato capace di convincere chiunque che la droga funzioni e che la dipendenza sia un beneficio divertente, piuttosto che un doloroso prostrarsi.
Il Dr.House e le donne. Altro punto a suo favore. Le tratta come ferraglia limitrofa ad un buco. Sprezzante in continuo, rende la Cuddy un mansueto cagnolino da compagnia e non fatica ad ammaliare la giovane Cameron. Ci giocherella un pò, se la tira come il migliore esemplare di rizzacazzi al maschile, per poi sbeffeggiarla con gusto e rifilargli un bel 2 di picche. E lei? Lei si fa di ecstasy e si fa quello sfigato di Chase. L'ha sconvolta, povera piccola, seminando per l'ennesima volta una scia di droga e distruzione, almeno fino alla prossima puntata. E la ex? La fiamma di tutta una vita? Lo rende troppo vulnerabile, perciò, da vero maschio stiloso, se la scrolla di dosso. Non prima di averla rubata al suo neo-marito neo-paraplegico in una stanza di albergo e di averle fatto perdere nuovamente la testa per lui. Che fascino, diavolo! Non per altro usa un bastone come prolungamento virtuale e strabusato della sua virilità. E chiama le puttane direttamente a casa, probabilmente con la scusa di essere un monco. Birbone...
francobollo chuckGli altri personaggi maschili? Schiacciati, perennemente umiliati. Wilson: gli fornisce il "biscottino" dell'amicizia ed ecco un altro bel cagnolino (anche se nella 3a serie...). Foreman: semplicemente lo rende innocuo con qualche "a cuccia!" di tanto in tanto, fottendosene del razzismo, ovviamente, o sfruttandolo solo per del gioviale sarcasmo. Chase: gli fa credere che... e poi ci sputa su, come ad evidenziare il suo stato di sfigato sempre proteso oltre le sue possibilità.
Infine ci sarebbero i pazienti. Con loro gode nel giocare a "Dio e i suoi discepoli", ma anche a "il Chuck Norris della medicina contro gli indifesi virus della società". Del resto se Chuck può minacciare un malvivente brandendo il Dalai Lama, Gregory può curare un paziente iniettandogli 100cc di Buddha. Se il whiskey "on the rocks" di Chuck Norris non è fatto con il ghiaccio ma con i sassi, il Bloody Mary di Gregory è distillato direttamente da un'emocultura.
La conclusione appare quindi ovvia: stimo il Dr.House più di Chuck Norris, di Vincent Price e di Jeeg Robot d'Acciaio. Il fatto che la definiscano fiction è superfluo, credetemi.
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abysso
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sabato, 09 dicembre 2006
kinoglazLa storia dell'umanità e dei suoi eventi non ci ritornano intatti. Con il Novecento e l'avvento della fotografia, del cinema e della televisione, questa realtà è venuta a palesarsi in maniera più diretta, in quanto la riproducibilità tecnica ci ha privato di tutta una serie di modelli analitici che, seppur compromessi già in epoche precedenti, oggi sono stati del tutto sostituiti da "prodotti" storici subordinati al consumismo, destinati al propagandinaggio politico ed economico. Va da sè che la storia come la conosciamo coincide con la storia della sua ricezione.
Tale realtà è magnificamente convalidata da una serie di considerazioni proposte da W. Benjamin nel testo "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica", che vi invito caldamente a leggere e che qui non ribadirò pedissequamente.
Preso coscienza di questo punto essenziale è possibile fare un salto direttamente all'interno del cinema, in quanto talvolta il cinema, prendendo coscienza di sè stesso, è capace di trattare il suo aspetto travisato e travisante, il suo aspetto negativo e negativizzante per farsi opera d'arte.
Il film in questione è il geniale Lady in the Water dell'altrettanto geniale regista M.N.Shyamalan.

lady in the waterNonostante l’ultimo film di Shyamalan sia accostabile formalmente e tematicamente ai precedenti Signs e The Village, diversamente esso contiene e riflette su sé stesso il significato metaforico causando in questo modo non un’esplosione di senso che colpisce il suo spettatore, ma un’implosione di senso che va a colpire i suoi stessi personaggi. Sono i personaggi, infatti, che analizzano il film e si fanno veri e propri portavoce dei significati.
Il condominio di Lady in the Water viene quindi a rappresentare non più il luogo di una scelta di isolamento, ma il luogo di una costrizione di isolamento: i personaggi sono bloccati in una realtà circoscritta, una realtà dai confini invalicabili, dalla quale uscire solo mediante la risoluzione di un rebus che non porterà ad una libertà fisica (come accadeva nel film Il Cubo, che per certi versi affrontava la medesima tematica), ma ad una libertà morale e mentale. Per questi motivi non si avverte mai la presenza di un fuoricampo reale, che rimandi cioè al mondo tout court, ma solo di quello esistente entro i confini del condominio.
Appare ovvio che i mezzi che condurranno alla salvezza dovranno essere scovati all’interno di questo spazio e non ricercati e portati dall’esterno come accadeva in The Village. A questo punto scatta la metafora, la ricerca comincia e questo avviene proprio tra le pieghe della favola, una favola antica che rappresenta qualcosa di più ampio: la storia dell’uomo. Tale storia è compromessa dalla rimozione, dall’ignoranza, dall’equivoco, dalla previsione errata; compromissioni che si ritrovano appunto nei rapporti intrattenuti con il personaggio di Story (e il nome non poteva essere più rivelatorio). Essa infatti è rimossa, ignorata, confusa con qualcos’altro, messa a rischio da ipotesi sbagliate…
Story ha bisogno di un “tramite” per tornare ciò che era e non morire, qualcuno che sappia comprenderla e sia ispirato da lei, affinchè possa compiere quel passo verso la chiarezza di un tempo passato e di un tempo futuro. Story cerca il suo tramite nel luogo dove si incrociano il passato e la riflessione, una realtà alternativa sospesa nell’immaginario umano, pronta a donarsi all’uomo affinchè questo sia in grado di riprendere in mano le redini del mondo.
Insomma, Lady in the Water è a tutti gli effetti un film sull’umanità, un’umanità che ha perduto il contatto con la coscienza storica, con il passato e le sue radici, che si è distaccata dall’idea di salvaguardare il mondo in cui vive dimenticando di ascoltare la natura, che si è distaccata dal senso comunitario per dirigersi verso l’individualismo e l’alienazione.
I personaggi di Lady in the Water rappresentano gli stereotipi che si sono consolidati in base ad un certo rapporto con la storia (esattamente come i personaggi della fiaba descritti da Vladimir Propp): l’anziana che conosce la leggenda sulle “narf” ma parla una lingua che nessuno comprende, l’uomo che conosce la storia ma che a causa dell’emarginazione non la condivide con altri, il critico che ne ha una visione schematica e viziata dalla sua stessa presunzione (per altro vittima dei suo stessi errori…). E infine il protagonista, il quale dopo aver perso fiducia nella storia, perde il contatto con il suo scopo e il suo senso di comunità. Cleveland, proprio in relazione al suo specifico rapporto con l’umanità, vive un isolamento nell’isolamento: egli infatti vive in una dependance staccata dal palazzo dei condomini. In questo senso la scelta registica di Shyamalan appare molto azzeccata. I personaggi, all’inizio, vengono parzialmente o totalmente estromessi dal campo, proprio per delineare la loro coscienza storica. Coloro che non si vedono affatto sono quelli che hanno un rapporto con la storia quasi nullo, coloro che si vedono parzialmente sono invece quelli che mantengono un rapporto con essa o parti di essa. Lungo il film, l’acquisizione di un rapporto sempre più stretto con la storia ne intensifica la presenza visiva e di ruolo. Il contatto con Story, dunque, istituisce i personaggi e li lega l’un l’altro dando vita ad una vera e propria comunità (non a caso i personaggi scelti da Shyamalan rappresentano le diverse etnie).
La conoscenza e la comprensione della storia (e quindi di Story) non solo permette ai personaggi di legarsi, ma gli consente di accedere al proprio destino, gli dona la capacità di vedere con più lungimiranza il futuro: “ogni uomo crede di essere solo, ma tutti hanno uno scopo”.
Il regista, attraverso una nuova critica all’isolamento e un elogio alla comunità e alla coscienza storica, realizza una fiaba dalla potente morale contenutistica e formale. Egli, sin dall’inizio del film, con una voce fuoricampo ci dice che il tempo ci è nemico e che senza un forte legame comunitario (non solo orizzontale, ossia tra gli individui della stessa generazione, ma anche verticale, ossia tra gli individui delle diverse generazioni) è impossibile imparare dal passato, agire nel presente e comprendere il futuro. Una sequenza del film riporta chiaramente questo concetto, non solo verbalmente, ma visivamente… Story e Cleveland stanno parlando sotto la doccia e lui sta cominciando a conoscerla. Nel campo c’è lei rivoltastory verso l’uomo come il futuro e alle spalle di Cleveland c’è sempre lei, riflessa sulla parete della doccia, come il passato. La regia è in questo senso fondamentale affinchè il significato metaforico non si disperda e la banalità della trama abbia il sopravvento. Tutto è permeato dal misticismo in Lady in the Water, non si subisce mai la forzatura della metafora nella messinscena dei significanti, ma se ne percepiscono fortemente i significati, come se si trattasse di un cinema subliminale che comunica quasi invisibilmente grazie ad una regia che sceglie di economizzare sull’intensità degli eventi della fiaba stessa, e quindi delle sequenze drammatiche o comiche, caricando invece i momenti di comunione tra i personaggi. Questo modus operandi calibra il pathos in relazione all’ampliamento di quella rete di relazioni che vengono instaurate.
La risultante di queste scelte è uno slittamento dell’atmosfera del film che, come in altri precedenti lavori del regista, passa da uno statuto diegetico ad uno statuto extra-diegetico, generando dapprima disorientamento nel suo fruitore e in seguito una piacevole sensazione di completezza e liberazione.

fogli volantiIl messaggio di Shyamalan costruito nell'opera e con l'opera  trabocca e sfocia in una critica ben più ampia rivolta a quella ricezione storica che nasce e muore con i media. Ricezione che incrina irreparabilmente la realtà storica cancellando la tradizione, lasciando dietro di sè un ammasso di macerie che serviranno per ricostruire un'identità utile alla comunità e non usate in previsione di una vendibilità.
Interessante quanto bizzarro il fatto che sia proprio un regista con il suo prodotto vendibile a ricordarcelo... La riproducibilità tecnica ha quindi sì comportato un cataclisma nel mondo dell'interpretazione, ma è altrettanto vero che la sua potenza straordinaria, nelle giuste mani, può servire a munire i fruitori cinematografici (ossia gli esegeti del nuovo millennio) di utili e oneste (e al contempo artistiche) chiavi di lettura.
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Marienbad
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mercoledì, 06 dicembre 2006
umile bigottaOggi voglio parlarvi di una malattia dilagante. Una malattia molto grave che produce effetti collaterali devastanti a carico del sistema nervoso, ma non di coloro che ne sono affetti, bensì di coloro che vengono a trovarsi ad un raggio di distanza tale da percepire uno dei più resistenti ed incrollabili stereotipi umani: il Bigotto.
Di recente mi sono trovata costretta a condividere uno spazio limitato con questa tipologia di persona e, diversamente da quanto potessi pensare, nemmeno una "vaccinata" come la sottoscritta è riuscita a restare immune allo sguardo giudicante e giudicato (da dio e perciò rivolto al cielo), all'appa(o)recchio fisso in rec e alla puzza sotto al suo naso (da nessuno rilevabile) che aleggia negli spazi da questa agibili.
I sintomi sono iniziati quasi subito: insofferenza, fastidio, letargia mentale, misantropia. E il più terribile, ipocrisia. Senza accorgermene mi sono trovata a dover calibrare la voce per imbrigliare il feroce sarcasmo che contraddistingue la modalità del mio comunicare, a dover virare lo sguardo per non permettere ai miei occhi di gesticolare in modi inconsulti, a dover respirare con la bocca per non cibare i miei neuroni del fetore stantio emanato da codesta persona. Va da sè che quel pilota automatico che corrisponde all'ipocrisia si è arrogato il diritto di dirigere la mia mente verso le lande desolate della disfatta.

the pooh or pciùIl Bigotto di cui vado ciarlando è nella fattispecie una Bigotta. No, non una di quelle bambole tanto graziose che cucevano a mano le nostre nonne sulle loro sedie a dondolo, ma un essere di sesso femminile partorito in chissà quale (retro)terra australe, dove la cultura non manca ma resta subordinata ad una tradizione il cui rivolgimento è sintomo della modernità e che in questi luoghi resiste e persiste recitando come una nenia tediosa le fregnacce sul cattolicesimo, le scempiaggini sulla moralità e le fesserie sull'onore. L'essere in questione, in breve tempo, si è conquistato un ampio territorio costruendo il baluardo sulla rivendicazione di un rispetto che io, con la mia mancanza di valori, non avrei mai potuto esigere (e nemmeno lo avrei voluto, puntualizziamo). Così la piccola Santa ha prima avanzato pretese sul linguaggio utilizzato in sua presenza, poi è passata ai concetti e infine si è spinta oltre le sue possibilità, la condotta.
Insomma, lo spazio da condividere cominciava ad assomigliare ad un lager nazista nel quale ciò che veniva messo al rogo era il mio pensiero. Avrei potuto permettere che questo accadesse? In realtà si. Chissenèmaifottuto della filosofia di derivazione dottrinale-moralista dell'ultimo stronzo venuto? Dopotutto ella restava barricata nella sua fortezza isolata dal mondo, mentre io pascolavo felice nei verdi prati del non-sense. Però insomma... Chiccazzo si credeva di essere? Forse il suo dio? Lui almeno ha avuto la creanza di morire. Seguiamo l'esempio fino in fondo, mi vien da dire.
Con fare socratico ho tentato di profilarle una nuova realtà, dalla quale però è presto fuggita rinchiudendosi nella sua cameretta, tra le braccia del suo Winnie the Pooh che campeggia sorridente nella carta da parati, sotto gli sguardi vigili delle fotografie di famiglia dal sapore necrofilo appese alle pareti, nelle consolatorie parole degli amici chierichetti sussurrate al telefono.

ciellinoE' a quel punto che tutto mi è sembrato chiaro: non è possibile (re)agire di fronte al Bigotto, esso atrofizza prima il pensiero e poi la volontà perchè non interagisce con il primo e stupra la seconda, eiaculando
infine sul terreno della comunicazione facendone una superficie sterile, bianca, lucida, sulla quale riflettere solo il proprio egocentrismo. Il Bigotto quindi ti avvilisce nel profondo, annienta ogni ragion d'essere lasciando un vuoto che solo la violenza potrà colmare. Ti porta inevitabilmente ad un recesso, prima mentale e poi forse anche fisico, fino a trasformarti in un primate e poi oltre, fino a tramutarti in un
Ciellino.
E allora si, stremato e sofferente ti aggrappi a quel dio che avevi sempre disconosciuto, pregandolo che quel supplizio finisca e che la morte arrivi a falciare la vita.
Sì, però la sua, echeccazzo!
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Marienbad
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categoria: the grudge, forme umane raccapriccianti
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