Può il leader di un gruppo groove metal mettersi dietro la macchina da presa e girare uno dei migliori film degli ultimi anni?Le statistiche direbbero di no, ma Rob Zombie (ex cantante dei White Zombie) ci dimostra come sia invece possibile vomitare artisticamente sulla celluloide anni di pasti indigesti a base di musica, cinema e televisione, realizzando quello che oggi conosciamo come The Devil's Rejects, ribattezzato subdolamente in Italia "La Casa del Diavolo"... Eh sì, perchè dovete sapere che una di quelle merdose statistiche a cui va in barba il buon Rob afferma che la parola "casa" nel titolo attiri più spettatori al cinema. In questo caso, naturalmente, ci auguriamo che questa dritta sia veritiera perchè il neo-regista si merita un copioso compenso per la sua ultima fatica cinematografica.
Ma chi sono questi reietti del diavolo? O meglio, chi è il diavolo, ossia l'incarnazione del marcio?
Il diavolo è - come di consueto nei film horror che si rispettino - la società. Quella società corrotta che crea i suoi mostri, li rifiuta, li emargina e li perseguita cercando di eliminarli. I reietti sono prodotti cresciuti nel terriccio mediatico inquinato di questo mondo e per sopravvivere si nutrono dell'unica luce non artificiale sprigionata ancora dalla natura: la grande Morte e la piccola morte, la luce del dolore e quella dell'orgasmo.
I reietti non si macchiano di terribili crimini, ma cercano di sopravvivere. E così violentano e uccidono, si nutrono della vita strappata alle loro vittime, senza sensi di colpa, come la natura vuole.
Il certosino lavoro di Zombie è proprio quello di presentarceli così, innocenti nelle loro gesta, tanto da mantenerli lontani dagli stereotipi del buono e del cattivo, tanto da lasciare che latitino negli ambigui scenari dei generi cinematografici, sia nel loro corpus sincronico fatto di thriller, horror, commedie, western e road-movie, sia nel loro corpus diacronico fatto di classici, crepuscolari e parodie.
Zombie giunge così lì dove tutto si intreccia e si confonde, dove tutto si dice e niente si rivela.
L'espressività del regista allora non si muove più costretta nella struttura canonica e iconica che il cinema ha costruito attorno al cinema, ma si appropria di quei territori esplorati fino ad ora solo dall'immaginazione. Qui egli porta tutte quelle immagini che il cinema, la musica e la televisione ci hanno propinato per anni, decontestualizzate, spogliate della loro fantasmagoria, per osservarle e usarle come armi contro i suoi fruitori, esattamente come i reietti fanno all'interno della camera del motel con il gruppo folk , esattamente come, poco dopo, Otis prende in giro il cantante del gruppo, Roy, per la sua ignoranza musicale chiamandolo "uomo di città travestito da cantante folk", esattamente come, ancora più tardi, il volto di uno dei componenti del gruppo verrà strappato via per farne una maschera...Ma quelle stesse immagini sono sacre per Zombie, non se ne prende mai gioco. Quello di cui si beffa e la loro manipolazione a monte e ricezione a valle e il modo in cui queste due azioni influiscano sulle interazioni socio-culturali, come traspare chiaramente nel ridicolo litigio tra il critico cinematografico esperto sui fratelli Marx e lo sceriffo ossessionato da Elvis Presley. Ed è così che questo regista geniale infarcisce il suo film di icone esponendole nei modi più dissacranti come un novello Andy Warhol. Basti ricordare l'immagine sberluccicante di Gesù Cristo all'interno del bordello di Charlie, le fattezze mansoniane di Otis, la sfuriata esorcistica di Mother Firefly nella cella, il delirio allo specchio dello sceriffo in pieno stile Taxi Driver, la fuga senza triciclo tra i labirintici steccati di Baby Firefly inseguita da un sarcastico pazzoide con l'accetta, e il fratello di Otis e Baby (o di Freddy Krueger?) che entra ed esce di scena come negli incubi... Una menzione particolare per Danny Trejo che, volente o nolente, è entrato a far parte del circuito iconografico del cinema splatter e che, in questo caso, cita quel personaggio riciclato in diversi film (Dal Tramonto all'Alba, C'era una Volta in Messico, Spy Kids, Desperado... E perfino Desperate Housewives!).
Ma The Devil's Rejects non è solo una lunga e cool esposizione di miti mediatici, è soprattutto un film solido e coerente che non perde mai di vista la sua mèta. L'opera, cosciente del suo essere un assemblage metamorfico, non si racconta attraverso il posizionamento fisso di personaggi, luoghi e situazioni, ma si svolge come una partita di scacchi nella quale i bianchi e i neri sono solo colori (sono lontani i tempi di Johnny Guitar...) e la vittoria la si può ottenere solo muovendo le pedine con strategia. Il montaggio ne è una prova: le scene si alternano tra attacchi, arrocchi e sacrifici, fino alla fine dei giochi, quella splendida sequenza conclusiva.Ancora citazione, ancora parodia, ancora esposizione pop della merce, tutto alla massima potenza. Zombie pensa e realizza l'epilogo del film come un regista navigato e quello che vediamo sullo schermo strabilia, eccita e commuove.
Parte la musica. Free Bird dei Lynyrd Skynyrd è perfetta, sia per il ritmo, sia per il senso, sia per l'evocazione di una straordinaria band deceduta in volo. Questi free birds a bordo della loro auto proseguono il viaggio lungo la statale. Il montaggio è scandito sulle note morbide della canzone: gesti lenti, immagini di una vita da sogno americano, scene di liberazione patinata che non a caso sono le stesse di un video musicale, quello di Scar Tissue dei Red Hot Chili Peppers. Un portrait idilliaco possibile solo sulla celluloide. Ma ecco che i nostri eroi/antieroi si scontrano con il posto di blocco. Comincia qui il mitico assolo del pezzo. I protagonisti si svegliano dal meraviglioso sogno, prendono in pugno le armi e si scagliano a tutta velocità verso i poliziotti sparando all'impazzata.
E' un bagno di sangue, ma non un suicidio alla Thelma & Louise, poichè mentre la morte delle due eroine segnava la loro libertà, qui la libertà è quella di non arrendersi alla volontà del cinema che non vede alternative possibili all'happy end o al finale tragico. Chi sarà sconfitto? Chi vincerà? Impossibile dirlo.
Rob Zombie chiude la partita con uno splendido stallo.
Il film, vero e proprio paradigma di coerenza, sin dal principio imprigiona l'occhio nella rete compatta di soluzioni narrative e stilistiche, rendendo in qualche modo inerte il movimento dell'immaginazione. Nulla nella trama sconvolge, perchè tutto nella trama è magnificamente anticipato dalla messa in scena: la parola è sempre in ritardo sull'immagine. Uno scarto che dona al visuale il potere di introdurre e sedurre e all'orale l'incarico di compensare e ironizzare.
I significati enfatizzati sono quindi quelli referenziali, quelli espressi dalla materialità delle cose, e il senso finisce per coincidere con la sensualità poichè non si sposta mai dalla superficie delle forme. Per questo motivo grande importanza è attribuita al micromontaggio e al montaggio giocato sull'esposizione più che sulla narrazione, poichè quest'ultima ha davvero bisogno di poche indicazioni verbali data la potente eloquenza delle immagini. Il ritmo è quello dettato dal vedere, dal desiderare e dall'ottenere e la storia non può far altro che emanare la sua semplicità, la sua natura di vetrina delle merci dove il protagonista indiscusso è colui che saccheggia.
Nelson Mandela Forum, Firenze, 29 Maggio 2007. In tale loculo e in tale recentissima data io e la mia consorte abbiamo assistito al concerto del fu Reverendo Mariolino Manson, icona del glam-industrial (termine musicale coniato alla cazzo di cane or ora) e simbolo ad honorem di una qual certa cultura musicale trasgressiva quanto effettistica, (im)perversa(nte) in tutto il great big white world a cavallo degli anni'90. Non starò a narrare le remote gesta di Brian Hugh Warner, ormai consolidate, almeno a grandi linee, nell'immaginario collettivo di chiunque abbia superato la ventina. Vi basti sapere che la sua figura è stata piuttosto influente nel background musicale della mia tardo-adolescenza, perciò mi sono sentito in dovere di imporre la mia presenza a questo live, anche in virtù del fatto che il Forum si trova a poco più di 500 mt dalla mia casa universitaria. Rigide premesse ad una scelta che oserei definire quasi obbligata, sebbene, è giusto chiarirlo da subito, non mi si possa annoverare tra i fans accaniti del tetro faccione.
Abbigliati come due demoni in pausa pranzo dall'Inferno ci siamo appropinquati in compagnia delle amicizie fiorentine a quello che già in molti simpaticamente chiamavano il Manson Mandela Forum. Dopo qualche sorso di birra e una sigaretta ci siamo decisi a varcare i cancelli, curiosi e tenebrosi.
Sono le 21 e poco più. Da qualche minuto davanti al palco è calato uno scuro tendone di vaste dimensioni con sopra riportate le iniziali del cantante, che poi sono le stesse di quel noto rappettone bianco platinato, che poi sono le stesse di quelle gustose caramelle al cioccolato portatrici di infamissime carie. La differenza, però, sta nel cupo rosso-su-nero che le ritrae e nella satanica forma della lettera "
Con la seconda song si passa al repertorio classico: è una Disposable Teens ruspante, anche se si continua a intravedere una certa stanchezza nell'esibizione di Mariolino, pur essendo soltanto agli inizi. Qualcosa non quadra e il puzzo di delusione inizierà a farsi più pungente durante la scaletta successiva. Molti brani tratti dal novello LP alternati a buon vecchi cult come Sweet Dreams e la sempre adrenalinica Rock Is Dead. Niente bibbie strappate. Nessun atto coprofilo. Pochi sputazzi verso il pubblico, benchè molte signorine s-vengano letteralmente per la gioia di cotal pioggia. Qualche bottiglia d'acqua praticamente piena gettata in mezzo alla folla con seri rischi traumatologici. Qualcuno narra di una bombola d'ossigeno avidamente ciucciata dal Nostro nel concludersi di ogni canzone. Non si respira Satana, non si osservano provocazioni degne di nota. Si assiste piuttosto ad un triste canto del cigno, enfatizzato dalle definitive assenze di un bassista poderoso come Twiggy Ramirez e degli altri componenti storici del gruppo. La nuova band è statica, quasi ad accompagnare il lamentoso strisciare sul palco del loro leader. Assorbo nostalgia per l'Anticristo che fu. Mariolino non è più un demone dello show-business, ma un triste e appassito essere umano. Canta (nemmeno tanto male) più per dovere che per desiderio d'evacuazione come invece faceva in passato. Questo suo nuovo lato non dovrebbe essere ritenuto disprezzabile a priori: nessun rocker resiste per sempre, tranne forse il neo-piratesco Keith Richards... Ma devo essere sincero, ho comprato i biglietti aspettandomi gioie luciferine e non disincanti da jet-set. La conseguenza, mentre una ridicola pioggia di pasticconi fa da sfondo a The Dope Show, è una netta delusione, sebbene il live sia tutto fuorchè inascoltabile.
Una trilogia può rivelarsi la maniera più interessante per indagare i territori del cinema, poichè nel cinema lo spazio e il tempo non posseggono la dimensione del reale ma si costruiscono sulle assenze, sui lembi inaccessibili che tengono legati momenti e superfici, quindi sui vuoti che un sequel può tornare a perlustrare, a modificare, a riscrivere, allargando l'universo di una storia reindirizzando lo sguardo, portandolo più in profondità, ridisegnando i confini del vedere e quindi del sentire. Se una trilogia non nasce come tale, il cammino verso la formalizzazione di un universo tripartito può rivelarsi davvero avventuroso, ricco di isidie, ma può al contempo portare alla realizzazione non di una serie di film posizionati l'uno accanto all'altro ma di un contenitore tridimensionale che racchiude in sé il cinema stesso.
Il secondo capitolo, La Maledizione del Forziere Fantasma, apporta un cambiamento fondamentale alle funzioni che dominano la fruizione. Jack Sparrow viene munito di una personalità più articolata e relativamente ad essa vengono a decadere tutte le regole che valevano nel primo film: i personaggi assumono atteggiamenti meno impersonali, i luoghi non rappresentano più gli sfondi sui quali si svolgono le vicende ma si caricano di valenze metaforiche, le situazioni smettono di essere prevedibili in senso narrativo ma guadagnano una prevedibilità di tipo stilistico (il film si ritaglia un posto nell'immaginario cinematografico e comunica mediante quello), infine il ritmo viene adesso modulato per mezzo dell'invenzione visiva, del supplemento straordinario, talvolta della citazione. Non è un caso che la bussola di Sparrow cominci a fare capricci, la mente ora giunge oltre il visibile e l'occhio desidera vedere quell'oltre e più lo desidera più si spinge in territori che prima restavano inaccessibili come ad esempio il fondale marino. Lì dove l'occhio arriva (la conoscenza) la mente lo supera (l'immaginazione) ed un nuovo piano spazio-temporale si aggiunge al primo, alterando la direzione della bussola.
Ci siamo. Sono arrivate puntualissime le agognate vacanze natalizie. Ma agognate per chi? Forse per coloro che lavorano e che attendono codesto periodo per potersi godere un po' di riposo. O forse per quelli smaniosi di sperperare le proprie finanze affinchè qualcuno si ricordi di loro. Ma non per noi. Noi che all'approssimarsi dei fatidici giorni di festa ci sentiamo come stretti in una morsa, noi che rischiamo un embolo quando l'atmosfera natalizia grava sull'aere, noi che tutto l'anno ci impegniamo a evitare i parenti, timorosi che questi esigano un resoconto dettagliato della nostra vita, o peggio, che ci forniscano il loro.
Mi piace il Dr.House.
imbottirmi di Vicodin? Azz, occasione mancata e tempo sprecato... Senza contare che sarei stato un drogato capace di convincere chiunque che la droga funzioni e che la dipendenza sia un beneficio divertente, piuttosto che un doloroso prostrarsi.
Gli altri personaggi maschili? Schiacciati, perennemente umiliati. Wilson: gli fornisce il "biscottino" dell'amicizia ed ecco un altro bel cagnolino (anche se nella 3a serie...). Foreman: semplicemente lo rende innocuo con qualche "a cuccia!" di tanto in tanto, fottendosene del razzismo, ovviamente, o sfruttandolo solo per del gioviale sarcasmo. Chase: gli fa credere che... e poi ci sputa su, come ad evidenziare il suo stato di sfigato sempre proteso oltre le sue possibilità.
La storia dell'umanità e dei suoi eventi non ci ritornano intatti. Con il Novecento e l'avvento della fotografia, del cinema e della televisione, questa realtà è venuta a palesarsi in maniera più diretta, in quanto la riproducibilità tecnica ci ha privato di tutta una serie di modelli analitici che, seppur compromessi già in epoche precedenti, oggi sono stati del tutto sostituiti da "prodotti" storici subordinati al consumismo, destinati al propagandinaggio politico ed economico. Va da sè che la storia come la conosciamo coincide con la storia della sua ricezione.
Nonostante l’ultimo film di Shyamalan sia accostabile formalmente e tematicamente ai precedenti Signs e The Village, diversamente esso contiene e riflette su sé stesso il significato metaforico causando in questo modo non un’esplosione di senso che colpisce il suo spettatore, ma un’implosione di senso che va a colpire i suoi stessi personaggi. Sono i personaggi, infatti, che analizzano il film e si fanno veri e propri portavoce dei significati.
verso l’uomo come il futuro e alle spalle di Cleveland c’è sempre lei, riflessa sulla parete della doccia, come il passato. La regia è in questo senso fondamentale affinchè il significato metaforico non si disperda e la banalità della trama abbia il sopravvento. Tutto è permeato dal misticismo in Lady in the Water, non si subisce mai la forzatura della metafora nella messinscena dei significanti, ma se ne percepiscono fortemente i significati, come se si trattasse di un cinema subliminale che comunica quasi invisibilmente grazie ad una regia che sceglie di economizzare sull’intensità degli eventi della fiaba stessa, e quindi delle sequenze drammatiche o comiche, caricando invece i momenti di comunione tra i personaggi. Questo modus operandi calibra il pathos in relazione all’ampliamento di quella rete di relazioni che vengono instaurate.
Il messaggio di Shyamalan costruito nell'opera e con l'opera trabocca e sfocia in una critica ben più ampia rivolta a quella ricezione storica che nasce e muore con i media. Ricezione che incrina irreparabilmente la realtà storica cancellando la tradizione, lasciando dietro di sè un ammasso di macerie che serviranno per ricostruire un'identità utile alla comunità e non usate in previsione di una vendibilità.
Oggi voglio parlarvi di una malattia dilagante. Una malattia molto grave che produce effetti collaterali devastanti a carico del sistema nervoso, ma non di coloro che ne sono affetti, bensì di coloro che vengono a trovarsi ad un raggio di distanza tale da percepire uno dei più resistenti ed incrollabili stereotipi umani: il Bigotto.
Il Bigotto di cui vado ciarlando è nella fattispecie una Bigotta. No, non una di quelle bambole tanto graziose che cucevano a mano le nostre nonne sulle loro sedie a dondolo, ma un essere di sesso femminile partorito in chissà quale (retro)terra australe, dove la cultura non manca ma resta subordinata ad una tradizione il cui rivolgimento è sintomo della modernità e che in questi luoghi resiste e persiste recitando come una nenia tediosa le fregnacce sul cattolicesimo, le scempiaggini sulla moralità e le fesserie sull'onore. L'essere in questione, in breve tempo, si è conquistato un ampio territorio costruendo il baluardo sulla rivendicazione di un rispetto che io, con la mia mancanza di valori, non avrei mai potuto esigere (e nemmeno lo avrei voluto, puntualizziamo). Così la piccola Santa ha prima avanzato pretese sul linguaggio utilizzato in sua presenza, poi è passata ai concetti e infine si è spinta oltre le sue possibilità, la condotta.
E' a quel punto che tutto mi è sembrato chiaro: non è possibile (re)agire di fronte al Bigotto, esso atrofizza prima il pensiero e poi la volontà perchè non interagisce con il primo e stupra la seconda, eiaculando