Quando ero bambina ricordo che mi ossessionava l'idea di perdere alcune immagini della mia personale esperienza. Il mondo era sempre nuovo e ogni momento trascorso a percepirne le fattezze corrispondeva sempre ad una scoperta, una scoperta che, trascorso un primo momento di euforia, scatenava in me un forte desiderio di possessione. Desideravo quell'immagine, la sua essenza e presenza, il frame-surrogato del suo moto cromatico e dinamico, per poterne gioire a distanza nel tempo e poter ricaricare le cartucce usate della mia sensorialità di nuova linfa vitale.In breve e quasi automaticamente, studiai una strategia affinchè questo potesse divenire in qualche modo possibile. Cominciai ad utilizzare i miei occhi come una macchina fotografica ad altissime prestazioni. Ogni qualvolta mi trovavo di fronte ad una nuova e suggestiva visione, mi premuravo di azionare mentalmente la macchina fotografica organica, fissavo e impostavo l'inquadrato, strizzavo gli occhi facendo scattare l'otturatore e li riaprivo convinta di aver assorbito un'istantanea del tempo e dello spazio che mi trovavo a vivere. Si trattava di una iper attenzione che mi consentiva di afferrare un frammento particolareggiatissimo del mondo che mi circondava. Per anni ho fotografato i momenti più significativi della mia esistenza di bambina sognatrice, accumulando nella mia mente albe e tramonti, mari e monti, luoghi sfocati e bui intensi. Non importava che questi contenessero una sensazione, l'atmosfera era lì, tra i pertugi del colore e la potenzialità delle azioni bloccate nell'attimo.
Fu così che i miei sogni cominciarono a popolarsi di quei luoghi dispersi e di quei momenti estemporanei, coordinandosi a residui di storie più o meno reali, più o meno simboliche, che la mia mente macinava nella fase REM. E mentre le trame fluivano silenziose, soggiacevano alla prepoderanza vivida dei colori, delle luci e delle ombre che illuminavano e offuscavano, di volta in volta, i perchè delle azioni che compivo, potenziando i ricordi caricandoli di nuovi e mirabolanti significati. La spensieratezza dei cieli blu cobalto nei pomeriggi estivi trascorsi alla finestra, il terrificante rumore nero delle corse a casa in notturna, il colore caldo della sabbia brillante e ondeggiante della spiaggia desolata, il rosso vermiglio delle scarpette di vernice della cuginetta più grande, il profumato verde smeraldo del basilico che infiocchetta la pasta al dente della mamma e l'innocenza del bianco trasparente che mostra i seni acerbi della pubertà. I miei scatti regolavano la fase dormiente e innescavano sensazioni particolari, e per questo motivo i miei sogni spesso risultavano estremamente surreali.
Purtroppo, con il passare degli anni, quelle immagini si sono sbiadite irrimediabilmente. Passioni diluite hanno lasciato la campitura ad un sentimento dalla tonalità antica: la nostalgia. Ma quando la notte cala e il sonno ha il sopravvento, sfoglio il mio album fotografico e riaggiorno la memoria. Talvolta, al risveglio, il mio umore è intriso di una strana e familiare gioia infantile, sorrido e mi sfrego gli occhi.
Qualcuno una volta ha detto: "Chi non sa popolare la propria solitudine, nemmeno sa star solo in mezzo alla folla affaccendata". Mi capita da tempo immemore di vivere l'una e l'altra situazione, osservando la vita altrui con grande distacco, come se il tutto mi scorresse di fronte agli occhi come un film lunghissimo. E siccome il film è lungo e spesso noioso, poichè privo di quell'elemento attivante che è il montaggio, sbadigliare sui dialoghi dei miei interlocutori è diventato per me un atto non valutabile in termini di maleducazione. Sbadiglio a bocca aperta, come se nessuno mi vedesse, e sovente non mi prendo la briga di scusarmi se qualcuno, preso da un guizzo di protagonismo ultra spettacolare e quasi teatrale, me lo fa notare. Eppure popolare la solitudine è necessario quasi quanto respirare, perchè senza imput la mia riflessione sulle cose e sul mondo resterebbe infecondata e io soffrirei per la mia sterilità mentale fino a ritirarmi sul monte di Zarathustra e dedicarmi alla mera masturbazione. Le persone mi piacciono, apprezzo la loro compagnia quando si dimostrano capaci di gestire il tempo e lo spazio dei loro movimenti mentali e fisici: divertire, farsi amare, farsi compatire. E' a questo che anelo durante gli incontri fortuiti o previsti, ad un po' di ritmo. Se prediligessi la simmetria e l'equilibrio di cui tutti sembrano i ligi custodi, chiamandola per altro coerenza e normalità, trascorrerei più volentieri il mio tempo a dormire sperando in un incubo spaventoso. Parlare restando fedeli a se stessi, sempre e comunque, come se fossimo realmente in grado di prenderci la responsabilità delle nostre parole, che nascono dai nostri pensieri, che a loro volta nascono dalle nostre sensazioni, e che infine sono del tutto irrazionali, mi sembra uno sforzo inutile e bieco. Bisognerebbe almeno avere il coraggio di ammettere che la recitazione, anche se non si vive dentro a un film, è normalmente impiegata, così smetteremmo una volta per tutte di prenderci sul serio e potremmo finalmente sbadigliare ogni qual volta il corpo lo richiedesse. Maledetta coerenza che appiattisce il senso e fa di potenziali belle riflessioni formule per la conversazione d'azzardo. E' la meccanica della non comunicazione: chiarezza, coerenza, equilibrio e razionalità. Mentre il sentire scivola denso lungo il sistema linfatico e viene eliminato con il sudore. Non a caso i nostri umori spesso significano più delle nostre parole e non è parimenti un caso se le persone che si incontrano profumano intensamente di falsità. E allora quanto è faticoso osservare per decifrare il non detto se pure dobbiamo ascoltare, annuire o dissentire continualmente il falso, magari per fare la felicità del primo stronzo che gode di siffatta compagnia? Io, che francamente ho altro da fare e da provare, mi riservo il diritto di distrarmi da questo teatrino e di godere della mia buona compagnia in mezzo a questa folla affaccendata.
Le vacanze pasquali, come tutti i periodi di festa comandati, sono un buon terreno di scontro per le riflessioni esistenziali di cui, per altro, ci abbuffiamo senza sfamarci. E così ci si ritrova ad aprire l'ennesimo uovo nella speranza di trovare al suo interno un nuovo motivo per lagnarci della futilità che ci circonda. La pasqua è un contenitore, esattamente come le sue uova, di inutili sentimenti confezionati per l'occasione. Quindi buona pasqua e buona scorpacciata di sapori e dissapori.